Carcere degenere
Sovraffollamento cronico, rivolte nei penitenziari, suicidi, autolesionismo, droga, le carceri italiane stanno perdendo le grandi conquiste di civiltà giuridica a causa di un apparato burocratico stereotipato e politiche reazionarie. Non può esserci salute mentale in ambienti dominati dalla frustrazione, dall’umiliazione e dall’alienazione. Sono luoghi inabitabili, ma dopo aver generato il malessere, contenendo e sorvegliando, si osa chiedere all’istituzione carceraria di gestirlo al suo interno.
I volontari del settore ritornano ad accendere una luce su una situazione che non è mai stata così buia attraverso la nuova serie di una rivista semestrale storica, “SPIRAGLI” il cui primo numero del 2026 s’intitola: “La crisi strutturale del sistema carcerario”. Nove articoli, in novanta pagine, s’interrogano come fermare il degrado dei percorsi di riabilitazione ed il ritorno ad un penitenziario limitato alla sola pena. Il sistema carcerario sta degenerando, portando i detenuti a degenerare a loro volta, verso una condizione sub-umana permanente, con pochissime possibilità di rifarsi una vita.
Nata nel 1997 come periodico dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, la rivista raccoglie contributi di volontari ed esperti del settore – giudici, avvocati, architetti, psicologi e ricercatori in diverse discipline – che denunciano una situazione drammatica.
Il tasso di affollamento è del 135% (63.500 detenuti per 46.700 posti). La necropoli carceraria prevede 3 mq a persona (un bovino adulto ha diritto a 10 mq) significa vivere in tre in una stanza di 3×3 m, in 6 in una stanza di 4×4 m. Gli esempi virtuosi non mancano, in Olanda e Norvegia gli edifici di detenzione sono stati riconvertiti in abitazioni, scuole o centri culturali perché il sistema giudiziario privilegia percorsi di riabilitazione alternativi, con monitoraggio elettronico, integrati nella città, con spazi di relazione, formazione e lavoro. In Italia, invece, registriamo 80 suicidi in carcere nel 2025. La mancanza di relazioni con l’esterno, una quotidianità stagnante per la mancanza di eventi culturali e ricreativi, il conflitto continuo tra detenuti e con gli operatori, portano ad alti livelli di frustrazione che esplodono facilmente in disordini e ribellioni. La formazione professionale e il lavoro, quasi sempre alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, sono squalificanti e gli stipendi irrisori. I direttori carcerari scelgono, a loro discrezione, quali detenuti possono accedere al collocamento lavorativo. Nessuno osa modificare il regime del 41bis per timore di dare un segnale di debolezza dell’istituzione.
Il governo Meloni ha introdotto 60 nuovi reati in tre anni, tutti orientati ad escludere ogni forma di povertà e marginalità sociale, oltre che a tutelare le forze di polizia. In effetti la maggioranza della popolazione carceraria è composta da persone con difficoltà economiche e non si può pensare che le due cose non siano collegate. Il disagio procurato dalle ristrettezze economiche, la mancanza di un lavoro, gli impieghi precari, i salari bassi e l’aumento del costo della vita, stanno facendo aumentare la povertà. Le persone smettono di curarsi, di studiare, di lavorare, perdono la casa e si danno alla criminalità. L’origine del problema è sempre lo stesso, l’aumento delle diseguaglianze ci mostra un sistema economico globale ormai degenerato. Al mondo ci sono 20 persone che guadagnano, ciascuna, centinaia di miliardi di dollari all’anno. Viene prodotto il doppio del cibo necessario ma il 30% viene buttato. Ogni 5 secondi un bambino sotto i 10 anni muore di fame o di malattie legate alla fame. La metà della popolazione terrestre sopravvive con meno di 3.000 dollari l’anno. In Italia sono 2.000 le persone che hanno un patrimonio che supera i 100 milioni di dollari.
La soluzione per garantire sicurezza adottata negli USA e in Gran Bretagna è stata la criminalizzazione della miseria, si sono riempite le carceri dopo averle privatizzate, trasformandole in un business molto proficuo. Lo racconta bene un libro del 2015 di Loïc Wacquant, intitolato “Les prisons de la misère”, che ci racconta come l’aumento della spesa carceraria negli Stati Uniti sia stata programmata per penalizzare la povertà trasferendo i profitti agli investitori privati. Fin dal 1993, quando Rudolph Giuliani divenne sindaco di New York con la dottrina della “tolleranza zero”, assistiamo all’instaurazione di un nuovo sistema di governo che, mentre sostiene la sregolatezza economica, adotta un apparato penale intrusivo e onnipresente (nuovi corpi di polizia, incarcerazione facile, coprifuoco, pene esemplari, ecc …). Un’ideologia sapientemente costruita identifica i poveri con il degrado urbano e la criminalità, anche se all’aumento di spesa pubblica non corrisponde una diminuzione del tasso di criminalità.
Come dice Noam Chomsky (Le dieci leggi del potere, 2017), se si vuole smantellare un servizio pubblico per privatizzarlo per prima cosa bisogna tagliare i fondi in modo da renderlo inefficiente. A quel punto i cittadini saranno insoddisfatti e si rivolgeranno da qualche altra parte. È quello che sta succedendo con l’istruzione e la sanità, che deviano i fondi pubblici verso i privati, e l’istituzione penitenziaria segue la stessa logica. Lo stato è il principale strumento di attuazione degli obiettivi dei gruppi di capitali perché impone come necessità primaria quella di soddisfare i bisogni di chi ha il potere di prendere decisioni sugli investimenti. I servizi pubblici come le carceri diventano funzionali ad aumentare la rendita da capitale. Secondo questa ideologia la principale preoccupazione dei senzatetto dovrebbe essere che i ricchi vivano felicemente nelle loro ville!