LE CASE IMPOPOLARI

 La breve storia delle case per i poveri

Nel medioevo la carità procurava ai più sfortunati il pane e un tetto sulla testa. Fino alla nascita degli stati erano i sovrani che erogavano favori ai poveri, decidendo che parte della loro ricchezza dedicargli, come e dove alloggiarli. Con l’emergere della borghesia i più poveri servivano come mano d’opera ai capitalisti che spesso pensavano anche a come alloggiarli.

La città pubblica e l’edilizia popolare

Con la nascita degli stati si è cominciato a costruire case popolari per chi non ne possedeva una e non poteva permettersi di comprarla. Queste case erano di proprietà pubblica, un patrimonio collettivo che garantiva a tutti la possibilità di migliorare la sua situazione. Il diritto alla casa è cresciuto fino agli anni ‘80 del secolo scorso e poi è scoppiato come una bolla negli anni ‘90, degenerando negli ultimi trent’anni.

La fine della storia e l’ultimo inquilino

Con la fine del sistema comunista gli stati hanno perso valore e potere a vantaggio del denaro che è diventato l’unico criterio di valutazione. S’è iniziato a considerare i più poveri colpevoli di non sapersi vendere mentre servono al mercato per abbassare il costo del lavoro. Si cominciano a privatizzare i beni pubblici e anche le case popolari entrano in competizione con le altre sul mercato. Dal ‘98 in Italia non c’è più una linea di finanziamento stabile per gli alloggi pubblici.

Abusi finanziari e politiche ancillari

La libera concorrenza promuove beni reali, come la casa, a riserve di valore, indispensabili per contrastare l’estrema volatilità dei titoli finanziari. Ma ben presto anche gli stock edilizi diventano puntate d’azzardo, dei che nascondono la svalutazione monetaria dietro gli interessi dei mutui. Intanto la classe politica è stata privata degli strumenti e della forza per esercitare il potere autorizzativo e negoziale nei confronti degli investitori, limitandosi a servirli senza condizioni in cambio di un sostegno elettorale.

Oggi ci sono 600.000 famiglie sfavorite in lista d’attesa per ricevere un alloggio.

Dicono che da noi siamo tutti proprietari perché sono pochi i contratti d’affitto. Ma non vuol dire che tutti hanno una casa, significa solo che le case sono private e non pubbliche. La verità è che siamo il paese europeo con meno alloggi pubblici (2,6% del numero totale di abitazioni contro una media europea del 15%). La tendenza va verso la riduzione delle risorse per costruire case di proprietà pubblica (0,06% del wellfare contro una media europea del 2%).

Rendita a rischio e affitti impossibili

Chi non può comprarsi una casa vorrebbe trovare alloggi in affitto ma non ci sono. I proprietari di casa la usano come una rendita finanziaria, per compensare l’aumento dei prezzi e mantenere il loro stile di vita. D’altra parte il canone d’affitto rappresenta oggi, in media, il 35% del reddito ma, in alcune città, come Firenze, arriva al 46,5%.
La prima scelta dei proprietari, se la posizione è favorevole, è l’affitto turistico, sulle piattaforme web, che è quello che paga di più. Poi vengono gli affitti brevi a studenti o lavoratori che coabitano e infine, se tutto il resto non funziona, l’affitto tradizionale, per lunghi periodi a prezzi più bassi.
Anche gli alloggi per studenti, nel nostro paese, sono estremamente scarsi. L’attuale offerta in strutture pubbliche o convenzionate riesce a coprire appena l’8% del fabbisogno (in Francia il 23%). Per questo anche il mercato studentesco promette ottimi profitti.
Dare in affitto con contratti normali fa paura ai proprietari perché è diffuso il timore che, se l’inquilino non paga, perderanno la disponibilità dell’alloggio a causa dei tempi dilatati dei processi.
Dalla liberalizzazione degli affitti, nel 1998, le soluzioni dei comuni, tipo convenzioni, concordati, sgravi fiscali o altro, non hanno riscosso molto successo. Inoltre molte case si sono degradate col tempo e, piuttosto che affrontare le spese di manutenzione, i proprietari preferiscono aspettare che il mercato immobiliare salga per vendere.
Così una casa su tre è inoccupata La stessa logica viene seguita anche per gli alloggi pubblici, per cui l’8% risultano vuoti.
L’emergenza abitativa è stata ignorata troppo a lungo, costringendo i giovani a vivere con i genitori fino all’età adulta. In Italia una giovane coppia con un figlio non può trovare una casa in affitto e finché non c’è un lavoro stabile e ben pagato non potrà neanche ottenere un mutuo. Ancora peggio poi per le persone immigrate che si vedono richiedere garanzie eccessive e si riducono a dividere costruzioni insalubri e sovraffollate. Oggi il 6% delle famiglie italiane si trova in condizione di disagio abitativo.

Dagli aiuti al mattone agli aiuti alla persona

Le politiche si sono accordate con le banche e i costruttori per finanziare tre tipi di costruzioni: le residenze sociali, le case a schiera e le ristrutturazioni. In tutti i casi i fondi pubblici per aiutare i cittadini in difficoltà finiscono per arricchire banche, assicurazioni e colossi del cemento. I soldi pubblici servono in questi casi più per tenere in vita un’economia finanziaria in coma che per garantire a tutti il diritto alla casa. Le residenze sociali sono costruzioni private vincolate ad affitti più bassi per un certo numero di anni, passati i quali possono entrare nel libero mercato. Per realizzarle gli enti locali sono disposti ad andare in deroga alle regole che loro stessi hanno scritto, per attrarre gli investitori con margini di profitto sempre maggiori. L’attrazione esercitata dalla casa individuale ai margini della città è stata alimentata dall’immaginario d’oltre-oceano e sfruttata dagli imprenditori immobiliari grazie all’accesso al credito ipotecario da parte delle banche. In queste operazioni il pubblico non ha alcuna spesa ma concede autorizzazioni per consumo di suolo in cambio di tasse quasi sempre sottostimate. Infine i bonus ristrutturazioni sono promesse dello stato di scalare la spesa dei privati cittadini dalle loro future tasse. Si tratta di strumenti finanziari e fiscali che tendono a incentivare il mercato edilizio delegando l’iniziativa alla persona che, impegnando i suoi risparmi (o indebitandosi con le banche) spera di accedere ad una rendita sufficiente per coprire la spesa.

La città manifesta il dissenso e insorge

Cittadini di tutte le età, più o meno sfavoriti dalle circostanze, sono sempre più consapevoli dell’uso dei soldi pubblici per aumentare i profitti dei privati. La tanto celebrata concorrenza è truccata e il mercato è drogato da prodotti finanziari derivati. Nessuno sa più a chi rivolgersi per avere una casa da abitare e sono in molti a pensare che ormai non rimane che insorgere e occupare.

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